Il cavallo e i bias cognitivi

Il cavallo è un erbivoro pascolatore nomade che in natura percorre mediamente una trentina di chilometri, vive in branco per proteggersi dai predatori ed ha una gerarchia complessa e mutevole per assolvere ai bisogni del branco. Ogni individuo sceglie il ruolo che può adempiere al meglio per ottimizzare l’efficienza e la sicurezza del gruppo. Normalmente è costituito da uno stallone e il suo harem di fattrici tra cui la cavalla alfa che guida il branco, c’è chi cerca il pascolo, chi fa da sentinella mentre gli altri riposano, chi cerca l’acqua, chi fa da paciere, chi educa i puledri… ogni membro si prende la responsabilità di soddisfare al meglio il ruolo che è in grado di ricoprire. Il leader nell’accezione animale è colui che si prende la responsabilità di svolgere un compito e ha il karisma per guidare gli altri. Non esiste il giudizio ma la necessità dell’efficienza per la sopravvivenza.

È ovviamente estremamente reattivo per sfuggire ai pericoli, a volte perdendo la razionalità per l’esigenza di salvarsi la vita (imbizzarrito), disposto a tutto pur di liberarsi da una costrizione che gli impedisce di fuggire (claustrofobia). I suoi organi di senso sono estremamente sviluppati e perfino la vista è volta a smascherare ogni anomalia presente nel campo visivo per rilevare ogni possibile pericolo (predatore). I suoi piedi sono un’opera ingegneristica superiore, dotati di fine tatto e capaci di adattarsi al terreno e alle condizioni climatiche in maniera efficacissima. Essendo predato non usa molto le vocalizzazioni ma un forbito linguaggio non verbale. La sua muscolatura e il suo equilibrio naturale sono perfettamente sviluppati per assolvere ai bisogni di sostentamento, spostamento, fuga, gioco… Ormai i branchi allo stato brado che non hanno avuto un’interazione da parte dell’uomo sono rarissimi se non inesistenti.

A questo punto è imprescindibile un’analisi del nostro comportamento e delle deprivazioni che provochiamo costringendo altri esseri a compiacerci. La vita in box di 3 metri per 3, se va bene 23 ore su 24 al giorno, in isolamento dagli altri non può che provocare frustrazione, che si evolve in stereotipie per sopperire ai bisogni etologici, e problemi fisici di ogni genere dovuti al mancato o errato movimento. Anche nei casi più fortunati in cui i detentori promuovano una “gestione naturale” in scuderie attive o “paddock paradise” (definizioni che mi fanno venire l’orticaria) la naturalità è una caricatura della verità, anche se sempre meglio di niente. Per non parlare poi dell’“equitazione naturale”…

Cosa può esserci di naturale in un erbivoro – pascolatore – predato che porta sul groppone un onnivoro spesso maldestro? La ricerca dell’equitazione superiore nel rispetto del cavallo è molto onorevole per non arrecare danno al suo fisico lavorando sullo sviluppo della corretta muscolatura, modificandone l’equilibrio per renderlo abile a sostenere il peso del cavaliere senza avvilirne il fisico, ma non è un bisogno del cavallo. L’equitazione corrente poi (passione del montare a cavallo) è un disastro in ogni settore dal diporto allo sport dove passa dal essere mezzo di trasporto per rilassanti passeggiate nella natura (per il passeggero, al cavallo bisognerebbe chiedere) allo sport dove diviene attrezzo sfogo delle frustrazioni umane.

Quindi recluso, defraudato dalle relazioni sociali, ferrato (ferri inchiodati agli zoccoli che ne impediscono il tatto e l’elaterio [movimento del piede scalzo che funge anche da pompa per la circolazione sanguigna]), tosato, fasciato (è triste che vengano fasciati per evitare il gonfiore agli arti provocato dal mancato movimento), vestito e infiocchettato, antropomorfizzato, sellato e imbrigliato. Anche il più “etico” addestramento (letteralmente: rendere destro…) è un condizionamento al prezzo di stare meno peggio. Infine abitualmente viene magnanimamente “regalato” quando viene meno la sua prestanza atletica a causa di infortuni, dolori vari, patologie al sistema locomotorio o respiratorio (causati dalla gestione) o semplicemente per l’età. È l’emblema della libertà e la prova della privazione.

Detto questo è importante trovare un buon compromesso volto a salvare il salvabile, rimanendo nell’ascolto vero e soprattutto non negando la realtà.

Link e riferimenti

  • https://www.horseprotection.it/it/approfondimenti/14/3239/il_ben-essere_passa_dalla_mente_necessit_etologiche
  • https://dipartimenti.unicatt.it/pedagogia-Panzera.pdf
  • file:///C:/Users/Utente/Downloads/2056-Articolo-7166-1-10-20170307.pdf
  • https://siov.org/2016/10/17/cavalli-al-pascolo-vantaggi-problematiche-e-sostenibilita-dott-ssa-carla-de-benedicitis/